Alcuni sono elevati dal loro lignaggio
i versi dei miei poemi sono il mio lignaggio
Nusayb ibn Rabah (m.726)

La vita è come noi
La troviamo - e così la morte
una poesia d'addio?
Perché insistere
Daie-Soko (1809-1163)

Il rimorso non è la prova del crimine, indica solamente un'anima facile da soggiogare.
Donatien-Françoise-Alphonse De Sade

Se le creature sono i grandi veli che ci separano dal Creatore, la via per Allah passa attraverso di esse
Sheik Mhuammad at-Tàdilì

Le parole che dice chi è felice
son volgare melodia –
ma quelle che chi tace sente dentro
sono meravigliose.
Emily Dickinson

Non è grazie al genio ma grazie alla sofferenza, e solo grazie ad essa, che smettiamo di essere una marionetta.
Emil Cioran


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giovedì 14 febbraio 2013

Fastidio

[ Premetto che sono ben cinque anni che non scrivo un racconto. Cinque, rendetevene conto. Diverse frustrazioni e molteplici fattori invalidanti mi hanno progressivamente allontanato dalla prosa per spingermi a rifugiarmi sempre di più nella produzione poetica, tanto che ormai non credevo che avrei mai più scritto che non fosse pianificato in versi. Ma i fatti mi hanno contrariato, come potete vedere, e non so se esserne contento o spararmi in bocca. Ics Di Ics di.

E' stato facile? UN CAZZO! E' stato un travaglio tremendo. Abituato come sono a connettere le emozioni attraverso l'irrazionale,  ritrovarmi a organizzare in modo logicamente decente tutte le parole da immettere nel testo ( ma quante diavolo di parole ci sono in un racconto?! Lo sapete?!...è da pazzi Cristo...) è stato peggio che cercare di defecare a testa in giù dopo aver ingerito due boccali pieni di antispastico.
A voi le conclusioni dovute...

A rendere più incasinato il tutto poi, si è  aggiunto il fatto che questo non è un pezzo ( perché è solo un pezzo, dato che tutto veniva troppo lungo) di  racconto inedito, ma di una vecchia bozza pivellistica che ho dovuto riadattare, riguardare e reincasinare più e più volte prima che la mia ossessione perfezionista decidesse che ne avevo tirato fuori qualcosa di decente.
Se avete il coraggio e la voglia di leggerlo quindi, siate clementi. Tenete conto che è la prima volta per me, e che se andate troppo forte magari mi fa male( verginità prosaica...interessante), e che questo è soltanto un esperimento - un tristissimo esperimento - per osservare le vostre reazioni.

Per quelli che invece, giustamente, hanno poco tempo e poca voglia , c'è una sfilza discreta di post qui sotto che non superano le venti righe. D'altronde chi cacchio se le viene a leggere più le mie stronzate se deve pure passarci delle mezz'ore?

Grazie dell'attenzione e buona ( si fa per dire...) lettura a tutti!
Pis e llov

Fabio]

[A noi le fasce / cinse il fastidio; / a noi presso la culla / immoto siede, e sulla tomba, il nulla]
Giacomo Leopardi – Ad Angelo Mai, quand'ebbe trovato il Cicerone della Repubblica; 72 – 75 ]


Fagocitati dalla strada, passeggiavano lentamente.  Dispersi in mute disattenzioni,  sfumavano i sensi in una ricerca atroce , incapponivano in sguardi disattenti, smarrivano la strada  in una pulsione feroce , tanto rude quanto sognante.  I loro sguardi si intrecciavano, cozzavano fra loro, esacerbando idee insicure nell’accorata ricerca di una tremenda, esasperata certezza sterile.
Certezza che, tra l’altro, rendeva facile individuarli in giro,  gettando uno sguardo su una via qualunque di quella Genova ingrigita dal fumo. Fra biechi stuoli di persone, i loro occhi brillavano di verità perdute,  di antichità polverose e belle come speranze.  Posti su piani talmente differenti da risultare indecifrabili, questi individui parevano pensare in costante contrasto con il comune senso sociale, in uno scontro invisibile  fra le opposte necessità di conservazione personale ed istituzionale che rappresentano quell’ Odissea infinita dalla quale, a quanto pare,  non vi è alcuna speranza di uscita. E’ come infilare due massi in una bacinella d’acqua, due compattezze incontenibili in un minuscolo spazio di imperfettibile rigidità.  E’ costringere l’imponenza di un’anima ad una cruda e secca fissità di parole. E’ esortazione a soffrire, a rifugiarsi dai propri simili...E’ quella flebile colpa tragica che cicatrizza il cuore, che  solo i  grandi e i mediocri avevano  la saggezza di capire. O perlomeno così la pensava uno di loro . Una gran testa di cazzo,  ad esser sinceri: un minchione, di quelli che ridono sempre e comunque, in qualunque caso, e per amore della letteratura. Questo giovane, scioperato diciottenne, dai voti buoni in filosofia, pessimi in matematica,  tanto acuto in alcune cose quanto completamente stupido in altre, qualunque cosa desiderasse fare non poteva che accostarvi una scintilla di spensierata allegria, una sonora risata spesso, o una più semplice, spontanea smorfia del suo viso smunto e scavato: <<  E’ salutare amici miei>> diceva ai più <<  ridere rilassa il diaframma, non lo sapete?>>  E strillava come un pazzo, nel dirlo. Urlava sbracciando, imitava lo scemo che non sarebbe mai stato in mezzo alla folla benpensante : << La vita è stupore>> affermava, se interpellato in merito: << uno stupore riservato soltanto agli scemi, agli ubriachi, ai coraggiosi miserabili di questa epoca spenta. Un’incredibile gioia che le vostre morali polverose hanno ritratto e rinchiuso in un palazzo di leggi deleterie, e che vi uccide in silenzio fin da quando siete nati. >> Parlava tanto, il ragazzo, e persino nel parlare non smetteva di ridere:<< Non ti convince dici? AHAHAHAH! Che cosa non ti convince? Te lo dico io amico! L’organismo della civiltà si difende, ogni giorno combatte per la propria auto-conservazione, e  nessun’idea vagamente rivoluzionaria, nessun audace alternativa sociale deve permettersi di intralciare questo processo. Ecco cosa! Tu sei parte dell’organismo ! Tu hai paura delle rivoluzioni, tu temi le  alternative sociali! E temi questa in particolare , perché è  molto, molto pericolosa... Come in che senso? Ma è ovvio dannazione! Abbandonare la serietà è un sacrificio immenso : mette in evidenza tutte le grandi carenze del nostro patetico, nauseabondo sistema di valori. Richiede un approccio sincero, troppo sincero, troppo poco serio per mantenersi dignitoso...>> Parlava tanto e bene, e  in quelle sue labbra sorridenti nascondeva svelate tutte le più orribili realtà della nostra penosa messinscena, del sanguinoso genocidio vitale che l’essere schiavi ci ha tristemente serbato. E chi mai, fra quelle menti intorpidite, avrebbe potuto accettarlo? Ci vuole forza a  guardare dentro di sé, a toccare la propria vana, personale illusione... una parvenza di caduta... Chi poteva tentare ?  <<Evidentemente non chi dà l’aria di farlo>>   rispondeva lui, a questa domanda, spesso formulata in calce ad  un apologo borioso,  falsamente umanista :<< Ognuno ha i suoi limiti ragazzo, e ci sono cose che l’uomo farebbe bene a non chiedersi...>>. Il giovane seminarista lo osservava sudato. Le iridi nocciola erano schive, trafelate nella ricerca di un qualche spunto concreto e logico, sicuro approccio contro i discorsi di quell’ incauto ed immorale studentello:  << Dio o non Dio,  ciò che dici non può che portare ad un’inevitabile degenerazione della morale umana Albrecht, renditene conto.  Questo “patetico” sistema di valori, come tu lo definisci, è l’espressione di secoli e secoli di inevitabile progresso spirituale che...>> << Progresso spirituale?! Quale progresso spirituale Francesco?  Quello che lentamente ci ha condotti alla solitudine? Questa spaventosa paranoia della certezza? O forse l’etica e l’austerità? Pretesti, tra l’altro, creati apposta per imbrigliare le nostre energie più vigorose...Davvero puoi credere, dopo la lezione di quest’ultimo millennio, che la tua adorata morale valga ancora qualcosa? Sono cazzate Francesco! Tutte cazzate! Smettila di prenderti in giro...>>  Ma Francesco non ascoltava. Soffiatosi  il naso,  aggiustò il colletto della sua camicia piegata ad arte. Tossì lievemente, una volta, portando le lunghe dita ossute ai capelli radi e  grattandoseli con foga :<< Ma come puoi parlare così? Se fosse per te vivremmo tutti in balia dei nostri istinti... Sì certo, basta fare attenzione mi dirai...ma che differenza c’è fra questa tua deleteria ricerca di contatto con la natura ed un bestiale abbandono ai piaceri dei sensi? Lo sanno tutti che l’essere umano è insaziabile, non si accontenta mai! Bisogna domare i propri desideri, schiacciarli, tenerli a bada attraverso l’ordine e la civiltà!>> In risposta, ovviamente, Albrecht  rise, adagiandosi al muro. Con una mano si aggiustò i capelli neri, lunghi fino a metà delle orecchie, ed incrociando le braccia nude  cercò di assumere una posa spigliata, confortata dal  riflesso del sole sulla punta dei suoi anfibi di pelle nera :<< L’ordine eh ? >> abbassò il tono di voce, istrionicamente :<< Vedi Fra...tu parti da un presupposto tanto semplice quanto pregiudizioso...>> la gola  del seminarista ebbe un lieve sussulto, tradendo un nascosto moto di nervoso :<< Cosa intendi?>> << Beh vedi, in piena armonia con gli insegnamenti di qualunque monoteismo, tu dai per scontato che l’istinto umano e la sua parte più...>> si fermò un attimo, cercando il termine più adatto. Diede un’ occhiata attorno a sé. Piazza De Ferrari ruggiva alla luce del sole, ingraziosita nello slancio di una vezzosa attività primaverile: << ...più ferina, siano qualcosa di necessariamente negativo, qualcosa di forzatamente maligno. E’ comprensibile certo: da quando mondo è mondo l’uomo rifiuta ciò che gli è più affine, come la merda,  per esempio... ma non c’è alcuna prova, nessuna, che il piacere  abbia in sé una qualche azione nociva sul nostro essere. Tieni conto che non parlo di un becero libertinismo eh, ma  della semplice accettazione della propria essenza profonda, quella che puoi trovare in ogni essere se abbandoni  i pedissequi deliri della metafisica, e tutte le vuote teorie dell’anima... ecco, io credo che sia da questo, dalle teorie, che derivano i principali errori della nostra razza, come così i suoi più biechi episodi, e le sue più grandi sofferenze ...>>  << Ma...come puoi dire...tu non puoi...Mi stai dicendo che i pensieri formulati da centinaia di menti illuminate nel corso della Storia non valgono più niente adesso? E poi come puoi fondare una grande società sugli istinti umani? Non ha senso, non si spegne l’acqua col fuoco! Il sesso e  gli eccessivi divertimenti nutrono soltanto la bestia che in noi, cancellano la nostra dignità e ci rendono sporchi dentro...guardati intorno Albercht, guarda questa generazione! Tutti così pigri, aggressivi, ignoranti...per non parlare della loro libidine ! Non puoi  pensare una cosa simile Albrecht, è un pazzia...è...>> Era il vuoto assoluto, il suo vuoto assoluto.  L’abbacinante tristezza di un intelletto perso nei suoi argini, talmente severo da non riuscire nemmeno ad ascoltare




Hieronymus Bosch - Sette di Spade, Tarocchi


Quella figura macilenta ed emaciata, segnata da profonde occhiaie, sciorinava i suoi discorsi in una salsa ritrita, una retorica tanto triste quanto segnata da una bieca, desolante carenza di profondità umana. Rassegnato, Albrecht alzò gli occhi al cielo, nella tipica pantomima di chi, pur in mezzo agli altri, racchiude se stesso nella sicura placenta della sua mente. Strinse le labbra, mentre i suoni della strada e la voce dell’amico si assottigliavano in un delicato brusio. Il vuoto... Sospirando, il ragazzo si sentì rapito da un  turbamento insostenibile, un abisso di paura che lacerava ogni certezza nell’intuizione di una gravosa, indecifrabile impotenza febbrile. La sua immaginazione era morta, in quell’attimo, ogni desiderio dissolto nel promontorio solenne che separava i sogni dalla realtà atroce, le intuizioni spontanee dall’agghiacciante cinismo delle ideologie insegnate. Mesto, si rifugiò nella poesia, soffocando la frustrazione nella ricerca mentale di un qualche distico adatto al suo penoso stato d’animo.  Cercò, per secondi e secondi. Trovò un Leopardi tremebondo, e subito lo accolse in un sussurro frenetico: << A noi le fasce cinse il fastidio>>. A noi le fasce, una condanna tediosa. Sussurrò un’ altra volta, guardandosi attorno. Pensò che tutta la piazza, quella mattina, fosse tedio condensato. La giovane donna con il bambino in culla, il vecchio invalido appoggiato alle stampelle... un Bosch, pensò, di queste genti avrebbe dipinto mostri; il suo cervello di ribelle invece, vedeva soltanto gusci vuoti, la discendenza di un mondo troppo adulto per permettersi di sognare: << A noi le fasce cinse il fastidio>> Chi avrebbe mai potuto capirlo? Chi accettare tutto questo? Guardare dentro di sé...una parvenza di caduta. La brillantezza di una mente, incubata in se stessa. Il genio incompreso, un’eco di  vigore. Un ragazzo dalle acute risate, dai voti di merda, dagli amici di merda. Un giovane addestrato dalle ore in biblioteca. Lui solo, probabilmente, poteva capirlo. 



Grazie a tutti, ora potete insultarmi.

Ascolto abbinato

AFI - The Leaving Song 
part I and II





sabato 19 gennaio 2013

La bonheur a marché avec moi

"<<Grazie cittadino per la tua buona parole umana. Che cosa vuoi che ti restituisca?" >> Gridai: <<NIENTE>>. E fu allora che capii la grandezza della parola niente. Pensai che tutte le parole sono umane e che di tutte non resta nulla. Fui preso da una collera senza scampo contro la morte inumana. " Un fatto biologico!" mi ripetevo. " Valentina, dove sei?" Rimpiangevo i canti della chiesa, biologia del nulla. Sragionavo. Aprii la grande enciclopedia alla parola Morte. L'enciclopedia diceva: " Cessazione delle funzioni vitali, disgregazione dell'organismo...". Quegli articoli stampati erano morti. Materialista come sono, aprii altri volumi, con vergogna, alla parola Eternità. Frasi morte come le altre...Ecco cosa portavo in me, nelle pieghe dei miei neuroni dove si fissano i ricordi -

Victor Serge, Anni Spietati, pag.37, 1946


 
 
 
Sono le quattro del pomeriggio. Il mio stomaco è pieno, la mia mente satura.
Dubbi, non li voglio accettare. Non voglio sublimarli, come sempre, dentro gabbie di pensiero troppo austere e razionali, troppo precise per la mia caduca, imperfetta natura terragna.
 
Mi rifiuto.
 
Queste paure, queste pressioni del Tempo su di me, questo passato che torna all'avvenire. Questi terribili ammassi di insipienza che mi concedono il benedicio del Vuoto.

Chi me lo fa fare in fondo? A quale scopo scorticarmi l'anima?

Ed alle quattro del pomeriggio così, mi abbandono sul divano. Allo stereo uno Chopin triste, pareidolie di semicrome.
Come se non avessi mai fatto altro, apro un libro di Victor Serge.

Victor Serge, il bolscevita di Bruxelles. Così languidamente acuto, così tristemente rapito nel suo intrinseco sospetto per l'umanità...
Un prosaismo ipotattico, nevrotico, antesignano della frenesia contemporanea.

Un susseguirsi di impressioni languide ma acute, colme di significati e vagamente sconnesse.
L'indecisione, la frustrazione di Sasa - o agente segreto (disertore) D. - un contenuto ribelle.
 
 
 
 
<< D. si rilassava. Un avvenire simile a quei viali. Non volere nulla, non aspettare nulla, nulla temere. Non appertenere a niente, nemmeno a se stesso. Non tenere più a nulla. Non essere più la molecola pensante di una collettività formidabile, accanita, lucida, tesa da una tale volontà che ha finito di sapere che cosa fa.>>

Non appartenere...sentirsi completamente, irrimediabilmente privi di appoggio.

<<Sono dunque scoraggiato fino a questo punto? Divento un personaggio da romanzo intellettuale. Tutto si stacca da me, tutto.>>

Privo di appoggio, sollennemente incompleto. Esautorato con violenza dal limaccioso grembo dell'approvazione altrui, della materna e pretenziosa società occidentale.

Il tempo solo di pensare a tutto questo, che già altre parole mi sconvolgono l'anima.

<<Il fascino delle società occidentali, così resistente all'analisi, la sensazione di un mondo incosciente, che ignora la fame, il terrore, lo sfinimento, l'entusiasmo ascetico e glaciale che, solo, conferisce un senso al quotidiano: il benevolo lasciar vivere di un mondo meschinamente ragionevole, piacevolmente sessuale, che scivola giorno per giorno verso l'apocalisse>>

L'apocalisse...alzo lo sguardo un attimo. Lo stereo, Chopin, il Notturno n.20. Estasi e panico. Per me questa è l'apocalisse.
 
 

 
 
<<Il piacere amaro del corpo a corpo con le catastrofi pronte a balzare dall'invisible sui titoli di prima pagina dei giornali, il gigantesco intrigo che coinvolge i paesi - dipinti su un foglio di quaderno coi colori dell'acquarello - nelle reti dell'informazione e della controinformazione>>

I miei polmoni si riempiono, rilascio l'aria in un sospiro. Crediamo di scegliere, di sapere in cosa credere. Viviamo in un mondo Oraziano di polvere ed ombra, di illusioni e convinzioni preconfezionate che nulla e nessuno risparmiano.

Rassegnazione.

<<La convinzione di essere, tuttavia, per miserabili che siamo!, di essere i più chiaroveggenti, i più umani,sotto le nostre corazze di spietatezza scientifica, e per questo i più minacciati, i più fiduciosi nell'avvenire del mondo...e pazzi di sospetto! Ah,tutto ciò che si stacca da me, che cosa restera di me?>>

Cosa resterà di me? Di noi? Cosa.
Una tisana fumante sul tavolo, la luce elettrica sul muro.

Guardo il mio gatto e penso che anche lui, da una parte, è troppo certo di Essere. Essere per sempre. 

<< Come diceva il Vecchio? La direzione ci sfugge di mano, il dominio di noi stessi ci sfugge...A questo punto il pensero si oscura, la Storia è forse molto più difficile a penetrarsi di quanto abbiamo creduto con le nostre tre dozzine di buone formule materialistiche. Probabilmente mi uccideranno presto.>>

Uccideranno lui, e noi stessi uccideremo noi stessi. La nostra forza impazzita, autodistrutta.

<<Dico che la distruzione dei migliori è il peggiore dei crimi, il peggiore delle follie. Se la potenza si rivolge contro se stessa e comincia ad autodistruggersi con accanimento, io sono contro di lei,. Essa sopravviverà, io perirò, lei ha ragione contro di me...Può sopravvivere se si divora, se soffre di un'alienazione sino ad oggi sconosciuta? E sopravvivendo, se si rinnega, la potenza cambia volto e fini? Allora, sono fedele rinnegandola, ma è puro idealismo, non senso pratico>>

Idealismo...abbiamo senso senza le idee? E' stato davvero così astuto gettarle via? Abbandonare le nostre stampelle?

Qualcosa prude nelle mia coscienza.





 
 

<< Che cosa è la "coscienza"? Un residuo di credenze inculcate a cominciare di tabù primitivi fino alla stampa a grande diffusione? Gli psicologi hanno trovato per queste impronte profonde un termine appropriato: il super-io, dicono... Non ho che la coscienza da invocare e non so che cosa sia. >>

E nonostante la mia calma lettura, nella mia essenza mi contorco agitato. Perché? Perché nascere? Rinchiudere il mio spirito in queste mura di atomi, clausrofobiche, anguste.

<<Sento una protesta inefficace sorgere in me da una profondità che ignoro, per sfidare l'efficacia distruttrice, la potenza, la realtà materiale intera, in nome di che cosa? L'illuminazione interiore? Mi comporto quasi da credente. Non posso fare diverstamente. La parola di Lutero. Però il diavolo visionario aggiungeva: Che Dio ci aiuti!. E io, da chi sarà aiutato?>>

Da chi? Dall'amore, dall'unione? Dalla preghiera?
Spesso funziona, spesso no.

Oggi mi sento troppo cauto, stupidamente logico.
Ma anche troppo emotivo, puerlimente irrazionale.

<< L'unione è libera o è malsana. Non si domina la sessualità che con la ragione, dandola la parte che reclama da noi. Così, liberato dalle sue esigenze, si vive per gli atti dell'intelligenza e della volonta. La macchina umana ha bisogno di un buon apparecchio di controllo; da noi, i fisiologi - o i moralisti - lo chiamano freno. Il volersi sotrarre diminuisce l'uomo quanto il lasciarsi andare.>>

Sottrarsi, o lasciarsi andare.
Scegliere? Davvero?

Ognuno di noi è convinto di scegliere...



 
 
<<Si vive di nozioni circoscritte, dissecate in un erbario. Sotto l'urto finse di attenersi a questi luoghi comuni distrutti>>

Sono impietrito, commosso. Da una parte il leggere, dall'altra il non disperarmi. Ancora scelte, ancora dubbi.

E allora chiudo, serro le pagine, appena in tempo per godermi l'ultima traccia.

Fantasia in fa minore, impetuosa ma accogliente come una polluzione.
Una vitale ierogamia.

Ed i miei occhi sono lucidi, il mio stomaco tremante. Respiro, come nello Yoga.

Si può scegliere? Non ci è dato saperlo. E questo perché tutto, l'universo intero, non fa altro che oggettivarsi in noi, innamorarsi attorno a noi.

Quanta dannata poesia c'è in tutto questo? Quanto leggero distacco?
Quanto è armonioso l'errore umano?

Sto guardando le mie mani, e lo stupore mi cesella il cuore. Lo stupore sì, qualcosa di famigliare...

<<Ciascuno di noi si fabbrica una propria trappola; e quando vi cade, se ne stupisce...>>

Stupito, abbacinato. E' così dolce...

Così sordo pensare...

 


"Allons, mon pauvre coeur, allons, mon vieux complice,
Redresse et peins à neuf tous les arcs triomphaux;
Brûle un encens ranci sur tes autels d'or faux;
Sème de fleurs les bords béants du précipice;
Allons, mon pauvre coeur, allons, mon vieux complice.

Pousse à Dieu ton cantique, ô chantre rajeuni;
Entonne, orgue enroué, des Te Deum splendides;
Vieillard prématuré, mets du fard sur tes rides;
Couvre-toi de tapis mordorés, mur jauni;
Pousse à Dieu ton cantique, ô chantre rajeuni.

Sonnez, grelots; sonnez, clochettes; sonnez, cloches!
Car mon rêve impossible a pris corps et je l'ai
Entre mes bras pressé : le Bonheur, cet ailé
Voyageur qui de l'Homme évite les approches,
— Sonnez, grelots; sonnez, clochettes; sonnez,cloches!

Le Bonheur a marché côte à côte avec moi;
Mais la FATALITÉ ne connaît point de trève :
Le ver est dans le fruit, le réveil dans le rêve,
Et le remords est dans l'amour : telle est la loi.
— Le Bonheur a marché côte à côte avec moi."

( Paul Verlaine - Nevermore, Poèmes saturniens, sez.Caprice, VI - traduzione nei commenti)

 
Ascolto abbinato

Fryedryk Chopin - Nocturne n.20 in C sharp minor
 
 





La prima cicala

 
La prima cicala
la vita è
crudele, crudele, crudele
Issa ( 1763 - 1827)


La vita è crudele.
E la crudeltà ci rende insatibili, inconsistenti. Astratti.

Ma è la terribile giustezza del cosmo. La soffrenza abbacinante che colma e completa il nostro mondo.
Il rauco contrasto senza il quale ogni cosa di noi, attorno a noi, risulterebbe troppo piatta per avere uno scopo.

Nuvole di zanzare-
tutto sarebbe spoglio
senza di loro

E' il coprirci gli occhi, il celare al nostro essere la raggelante morsa di un suggerito, rabbioso demone interiore.
Non scordare:
Noi camminiamo sopra l'inferno
guardando i fiori


E' combattere senza riserve, sopravvivere; senza mai liberarsi della propria debolezza. Della comune, radicata, necessaria limitatezza umana.

Sopravvivere
a tutto,a tutti -
Che freddo!

La vita è crudele. Tanto crudele da essere bella, tanto bella da far piangere.

E Dio...dio se fa piangere...



Pieter Brugel il Vecchio - La caduta di Icaro
 
(Tutte le poesie qui riportate sono di Issa)
 
 
Ascolto abbinato

Hans Zimmer- A way of life
 



Asimov e l'angoscia esistenziale. Riflessioni

La "bellezza meccanica" è stato uno dei temi più ricorrenti dell'intera opera avanguardistica del Marinetti, che contrapponeva al sublime romantico e classico una sorta di nuovo canone artistico basato su di una frenesia crudele, onnipresente ed innovativa. Egli sovvertiva la comune concezione del mondo contrapponendo alla natura "passiva e molle" una nuova energia tutta tecnologica ed industriale, anticipando di gran lunga la modernizzazione contemporanea.

In pratica, si sostiene che attraverso le macchine l'uomo potrà abbandonare completamente ogni suo recesso animale, evolvendosi verso una forma di esistenza - a detta dell'artista - superiore perché priva di sentimenti, "bassezze" sessuali e paure. Perché violenta e spietata quindi lontana da qualunque forma di attaccamento e pulsione istintiva.

Il futurista quindi, rifiuta del tutto la natura umana.

 


 
E' una pazzia? Sì che lo è, porca miseria ! Ma a pensarci bene, la loro utopia così distopica non era poi andata tanto lontano da quello che noi, al giorno d'oggi, abbiamo realizzato.

Certo, nessuna ibridazione uomo-macchina per ora, nessun cyborg assetato di sangue,ma quel lento processo di snaturazione dell'essere iniziato con la nascita della società patriarcale e continuato fina ad ora sta arrivando non troppo lontano da toccare il suo culmine...

L'uomo ha rifutato la natura.
Ha perso il contatto con la natura.

E perdendo il contatto con la natura, ha perso anche la dimestichezza col suo corpo. E con il suo corpo, ha perso ben presto anche la naturale simbiosi con la sua anima.


 
 
Ci avete mai pensato?
Non è deleterio che una persona abbia paura di mostrarsi come in effetti è stata creata, che la fobia di esibire la propria nudità ( e qui un pensiero va automaticamente allo scandalo Femen) o di non reprimere biecamente la propria sessualità siano sintomi di una pura e semplice nevrosi collettiva? Che coprire non solo noi, ma anche il mondo attorno a noi ( con il cemento, con i centri commerciali), sia una prova evidente della paura che abbiamo delle nostre parti più profonde e sincere?

Eppure è così, la "bellezza meccanica" ci ha ammaliato a tal punto da allontanarci da tutto ciò che prima possedevamo, da spingerci a ferirci e a tartassare il nostro fisico con prove assurde di castità e buon costume, di fedeltà a una morale o ad uno Stato che non ci ama.

In qualche modo gli scrittori del 900 inoltrato ci avevano messo in guardia da tutto questo. Wells, Huxley, Ballard...ma più di tutti , forse, ce n'è stato uno che ha avuto un ruolo chiave in questa sorta di messa ai ripari, di precauzionismo anti-progressista. Sto parlando del russo Isaac Asimov.
 
 
 
Asimov è stato di certo uno fra i più abili e sottovalutati scrittori della neo-nata era consumistica, e non solo per il suo valore letterario. L'importanza di Asimov sul palcoscenico del suo tempo sta soprattutto nel fatto che egli non era solo un letterato, ma prima di tutto un biochimico, un uomo di scienza.

Egli non aveva solo la splendida capacità di comprendere l'animo umano e descriverlo con un'incredibile capacità di sintesi, ma era anche direttamente interessato a quell'ondata di ottimismo verso la macchina che ci spingeva a costruire ed inventare sempre nuovi modi per trasformare il mondo.

Asimov però, non era uno scienziato qualunque: aveva in sé il nerbo dello scrittore ed il dono dell'introspezione. Nell'amore per il progresso egli stesso non aveva visto niente di buono e molti dei suoi racconti sembrano volercelo comunicare...

A parte ne "il ciclo della fondazione", che meriterebbe un discorso a sé, la poetica asimoviana sembra essere pervasa da una sorta di continuo contrasto passione/diffidenza verso la scienza, che ne esalta i pregi ma ne delinea anche i limiti.

Mentre i suoi colleghi credevano di poter rendere l'uomo un'enità semi-perfetta e fedei, in "Neanche gli Dei" l'autore metteva in luce uno scenario in cui una scoperta casuale da parte dell'inetto Dr.Hallam varrà a quest'ultimo fama e gloria, portando all'invenzione di una macchina, la Pompa, capace di fornire energia infinita al mondo intero attraverso una sorta di ineterscambio molecolare ( sto improvvisando...) fra il nostro universo ed un suo parallelo. La fiducia nella scienza quindi, i suoi indiscutibili benefici...
Ma quando la Pompa si rivelerà una minaccia per la razza umana, i collaboratori di Hallam si rifiuteranno di divulgare la notizia sia per non rinunciare ai loro privilegi, sia per non contraddire il loro capo, amato dalle masse e capace di rovinare la loro reputazione. La scienza si fa fragile e fallace, demolita facilmente dai capricci e dalle debolezze della natura umana.

Molto affascinanti le caratteristiche degli abitanti del cosidetto para-universo, le triadi, esseri gassosi divisi in trè distinte entità ( emotiva, paterna e razionale) ma soprattutto dei Lunariti, umani eredi di un'antica colonia lunare terrestre che sembrano simboleggiare proprio la superiorità della simbiosi uomo-natura sulla tecnologia. Se i terrestri infatti sembrano ingarbugliarsi nel gomitolo dei loro stessi errori i Lunariti appaiono come pervasi da una sorta di pacata armonia che li spinge a girare spesso nudi e a possedere un'acuta intelligenza.

Il senso di disagio che Asimov prova nei confronti della crescita scientifica e l'angoscia della ricerca dell'Io profondo si ritrovano anche in racconti come " Una così bella giornata" o " Mosche". Narrazioni di età avanzate, dove la tecnologia ci permette di non uscire più di casa o di comprendere le emozioni animali. Scenari in cui la sicurezza si trasforma in danno e distorce la percezione della reltà e fare qualcosa come una passeggiata o reincontrare vecchi amici diviene un atteggiamento anomalo, stigmatizzato dalla società, o una malauguarata fonte di sofferenza.

Asimov era infatti un fine sociologo, e non mancano mai riferimenti alla credulità delle masse, alla rigidità del conformismo e al tema dell'escluso verghiano.

Emblematico il racconto breve "Playboy e il Dio limaccioso", dove due esseri umani vengono rapiti da una razza aliena aracnoforme che comunica soltanto per variazioni cromatiche e si riproduce per via assessuata. Alla ricerca di possibili razze pericolose per loro, questi extraterrestri velatamente imperialisti solcano lo spazio-tempo analizzando ogni possibile pianeta abitato.

Extraterrestri, ma così umani. Così umani nella loro fobia di essere distrutti, nel loro attaccamento alle cose. Così umani nella loro incapacità di comprendere una razza così diversa dalla loro, che fa l'amore per riprodursi ed è disgustosamente "priva di muco sulla pelle".

Così umana l'incredulità del generale Garm, quando incalza: "E' ridicolo. Germogliare è la più sacra, la più personale funzione del cosmo. Su decine dimigliaia di mondi è così. Levuline, il grande foto bardo, diceva: In tempo di gemmazione, in tempo di gemmazione, la dolce, meravigliose stagione".

Così umano vederli attaccati alla loro cultura e conoscenza, così confusi di fronte alle nostre interazioni, di fronte ai loro fallimentari tentativi di fare accoppiare due sconosciuti rapiti a caso. Così umano vederli disgustati e riluttanti di fronte ad una realtà che non conscono...

E così umana, infine, l'incapacità di Botax ( lo scienziato di bordo) di provare la nostra pericolosità. Di far capire che nel nostro moltiplicarci ci differenziamo meglio costituendo dei terribili, potenziali avversari.

E anche qui allora, ritorna il dubbio di Asimov verso la scienza. Una scienza che non può attraversare i limiti della mente e delle differenze, che non è per forza universale.
Una scienza che, in quanto in mano a uomini ( e non solo), rimane una creazione imperfetta e risentirà sempre della nostra meravigliosa incompletezza, per quante volte possiamo spacciarla come obbiettiva.

Ed Asimov era un biochimico, un divulgatore scientifico e, peraltro, una persona rigorosamente pragmatica.
Quel profondo dubbio che sembrava incatenare la sua anima dev'essere ora più che mai preso in considerazione, abbracciato e compreso. Attraverso i suoi scritti, attraverso la sua sensibilità, dobbiamo poter formare in noi la capacità di non inchinarci ad alcu Dio ( tantomeno quello della ragione), e di scegliere sempre ciò che risponde al richiamo del nostro Essere, della nostra più antica e saggia natura
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Ascolto abbinato

Vigil- Soundtrack tratta dallo splendido videogioco fantascientifico Mass Effect
 
 

"Io voglio, io voglio adagiarmi"

George Steiner l'aveva fatto notare chiaramente, e molto tempo prima di arrivare al nuovo millennio. Il XX secolo non ci ha resi orfani soltanto di Dio, ma anche dell'immortale ed inconfutabile dramma della tragedia. Orfani...
 
E' così ironico che per indicare la morte stessa del tragico si utilizzi una parola così tragica a sua volta, così desolante, Rimbaudiana ( Les Orphelins...che splendida poesia), ed altrettanto ironico è il fatto che nel tentativo disperato di eliminare tutti i suoi dolori l'essere umano sia riuscito a cancellare l'unica risposta efficace agli stessi.
 
 
 
 
Assieme alla tragedia, l'uomo ha perso soprattutto l'irripetibile possibilità di analizzare sé stesso, di riscoprirsi nella più completa solitudine. Si è ritrovato improvvisamente sprovveduto, senza alcun fondamento ideologico, e così ridotto ha dovuto inventarsi uno specialista, uno psicanalista che sbrogliasse questa matassa per lui...
 
Ma mi direte: ci sarà anche un lato positivo no? Insomma, tutto questo ottimismo dell'happy ending, questo incalzante positivismo che avrebbe dovuto renderci autonomi e liberi. La semplificazione imperialista, la negazione dell'ambivalenza umana...
 
C'è? Siamo sicuri? La verità, secondo me, è che siamo soli.
 
Quella che in Kierkegaard era una disperazione risolvibile almeno nella tensione religiosa, adesso ha perso qualunque possibile soluzione, quella che per Leopardi ( l'ultimo Leopardi, quello della speranza), avrebbe potuto correggersi attraverso l'unione fra gli uomini, è diventata la nostra condanna.
 
Siamo soli, Sia per costrizione, sia perché in fondo lo vogliamo.
 
Soli, soli fra gli altri e attorno agli altri. Incatenati alla nostre speranze, spiritualmente rissosi...
 
Soli...
 
 
E in questa triste consapevolezza, rivolgo il mio sguardo alla strada. Sotto di me una civilità morente, una vegliarda dal seno flaccido. Una vecchia capricciosa che mi sbadiglia in faccia.
Una realtà di ombre caliginose, che schiaccia i pensieri e li espaspera, crudelmente.
Soli...splendidamente soli.
 
Io osservo e mi addestro in questa vibrante desolazione, scavo a fondo, mi abbandono a ciò che trovo. Osservo, mi trasformo, scrivo di ogni cosa che ai miei occhi pare bella...così ammaliante...così gelosa di sè stessa...
 
Siamo soli sì. Soli... Ma così tanto commoventi...
 
Così meravigliosamente umani...
 
"Sotto la pioggia, tra la caligine
torno ora, e ad esse vorrei confondermi;
barcollo com’ebro, e mi tócco,
non anch’io fossi dunque un fantasma.
 
Oh qual caduta di foglie, gelida,
continua, muta, greve, su l’anima!
io credo che solo, che eterno,
che per tutto nel mondo è novembre.
 
Meglio a chi ’l senso smarrí de l’essere,
meglio quest’ombra, questa caligine:
io voglio io voglio adagiarmi
in un tedio che duri infinito"
 
[Giosué Carducci - Alla stazione in una mattina d'autunno, Odi Barbare, 49-60]
 
 
Ascolto abbinato
 
  George Friedrich Handel - Sarabande
 

Io faccio schifo, e tu?

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